Il fischio finale dell'ultimo match non ha sancito solo l'ennesima caduta di una stagione finora fallimentare, ma ha dato il via a qualcosa di ancora più doloroso: un silenzio assordante. Mentre la classifica piange e il Bari si ritrova sprofondato al terzultimo posto in Serie B, dalle stanze dei bottoni non arriva un fiato. Nessuna conferenza, nessuna assunzione di responsabilità, nessun segnale di vita.
Ci si aspettava una reazione immediata, un sussulto d'orgoglio o, quanto meno, la decenza di guardare in faccia una città intera che soffre. Invece, il nulla assoluto. È un immobilismo che spaventa più delle sconfitte sul campo, perché trasmette un messaggio pericoloso: come se, per questa proprietà, trovarsi in piena zona retrocessione fosse ordinaria amministrazione.
Una mancanza di rispetto intollerabile
Bari non è una piazza come le altre e la sua gente non merita di essere trattata con questa sufficienza. Essere terzultimi non è "normale". Vedere una maglia storica calpestata dall'inerzia non è accettabile. Il silenzio della società, in questo momento, non è d'oro: è una mancanza di rispetto verso i migliaia di tifosi che, nonostante tutto, continuano a seguire i colori biancorossi con un amore che questa gestione sembra non riuscire nemmeno a comprendere.
Dove sono le risposte?
Cosa si aspetta a intervenire? Qual è il piano per uscire dalle sabbie mobili della zona retrocessione? Il tempo delle scuse e dei giri di parole è finito da un pezzo, ma qui mancano persino quelli. Restare in silenzio dopo un KO del genere significa voltare le spalle alla città.
Il Bari non è un giocattolo, è il patrimonio di una terra che pretende chiarezza. Perché se per la società va tutto bene così, per noi e per i tifosi, questo è il punto più basso di una gestione che sembra aver smarrito la bussola.
Foto SSC Bari